Cagliari, subito dopo la guerra e fino agli anni Settanta, ha prodotto, soprattutto, molti palazzi di periferia e molti pugili. A saper vedere, entrambi possiedono il misterioso fascino delle cose povere.

Ho sempre sentito parlare di pugili. Uno zio aveva fatto un incontro alle Olimpiadi di Londra. Passando sotto i portici di via Roma a Cagliari era facile incontrarli. La gente si girava per guardarli e diceva il nome con ammirazione. Mio padre li conosceva tutti e me li presentava quando si fermava a parlare con loro. Durante quegli incontri leggevo le facce di quegli uomini come si legge un racconto: piega dopo piega, arcata sopraccigliare dopo arcata sopraccigliare. Raccontavano di viaggi, di luoghi esotici, del Madison Square Garden di New York, di combattimenti per il titolo mondiale.

Per quei ragazzi il pugilato era vita, scoperta del mondo, conoscenza di se stessi. Oggi quel mondo per sopravvivere ha dovuto trasformarsi: ha le stesse facce, segnate dai pugni e dalla voglia di emergere dei tanti giovani che ancora frequentano le palestre e i loro nomi hanno lo stesso suono. Ma sono cambiati i luoghi. Infatti le palestre hanno lasciato il centro per emigrare in periferia. 

Perché Cagliari e il pugilato? Per raccontare questa città, così particolare nelle sue vedute e nei suoi umori, eppure così simile a tanti grossi centri urbani d’oggi. Per raccontare un ambiente vivo e stimolante, ricco di storie vicine a tutto il mondo e lontane dallo stereotipo della Sardegna agro-pastorale. Per scoprire che, se oggi nessuno fa più la boxe per mettere insieme pranzo e cena, c’è qualcuno che la fa per una “fame” di valori.

Per raccontare in modo autentico e, spero, poetico, ho compiuto una “full immersion” nel mondo della boxe locale, dove ancora allenano i campioni del passato. Anche se oggi non ci sono più grandi pugili, è rimasto inalterato il fascino di una disciplina che si fonda sulla verità della sofferenza fisica. Ho visto il confronto tra queste generazioni così lontane, li ho visti comunicare con linguaggio che è fatto di gesti, poche parole ma tutte giuste, semplici e piene di buon senso. La boxe può ancora insegnare qualcosa. Soprattutto - e sorprendentemente - la calma e la pazienza, così utili per affrontare il ring e la vita. Ho scoperto che la “didattica” di questi vecchi atleti non ha niente di moralista. Il loro insegnamento non propone regole di vita, ma aiuta i giovani atleti a riflettere sulla vittoria e sulla sconfitta. E nessuno sport sconfigge o fa vincere più della boxe. Ho visto questi uomini ormai anziani accettare senza nessun pregiudizio le scelte - a volte eccentriche - dei loro allievi, perché in fondo sono dei vecchi artisti, sanno riconoscere l’arte (se c’è) e sanno indirizzare le energie fisiche e mentali nella direzione migliore. Da questo incontro è nato un documentario dal titolo Storie di pugili che racconta la vita e le imprese sportive dei pugili sardi più importanti, un lavoro fondamentale per preparare il nostro film.

Questo incontro fra generazioni è un tema forte del nostro film.

Il personaggio centrale del nostro film, Claudio, non è un vecchio pugile e non è un giovane atleta. Vive a metà strada fra una realtà che vuole ostinatamente resistere, nonostante il freddo nelle palestre, i facili modelli televisivi, la disgregazione sociale nei quartieri.

Claudio è troppo giovane per aver vissuto quella stagione di trionfi, troppo vecchio per riuscire a parlare alle ansie del presente dei suoi giovani allievi.

Solo la sconfitta, che ha segnato fortemente il suo passato sportivo, lo aiuterà a comprendere più l’avversario sconfitto che l’allievo vittorioso.

E’ un film urbano. La città, i suoi molteplici orizzonti, la sua luce africana. La storia gira intorno alle periferie, alle strette strade del centro, alle lunghe salite e alle ripide discese di questa città difficile e sinuosa, luoghi che offrono uno sfondo ideale per incorniciare i piani di questo racconto cinematografico. Le facce sono quelle che si vedono veramente nelle palestre. Belle, brutte, cattive, misteriosamente angeliche, segnate da un destino che sembra sempre ammaccare la vita di chi vive vicino alla boxe. Un film dove mi è piaciuto mischiare la finzione della storia al tratto “vero”, con un linguaggio cinematografico essenziale, secco.

 

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