La rassegna stampa

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«Non racconto la città dei salotti»
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Accanto, un'altra immagine da «Pesi leggeri»: il giovane protagonista insieme alla fidanzata Il film è stato selezionato in numerosi festival all'estero, raccogliendo consensi A destra, un primo piano di Enrico Pau
Intervista con il regista, al suo primo film dopo il corto «La volpe e l'ape» e un documentario

Pau: la cinematografia sarda è realtà, ma per la Regione non esiste

di Daniela Paba

CAGLIARI. Nello studio ingombro di carte, Enrico Pau mostra soddisfatto il sito del primo lungometraggio (www.pesileggeri.com) e risponde sotto lo sguardo di Aldo Tanchis (l'amico con cui ha scritto le sue sceneggiature) che lo osserva ironico da una foto di giornale strappata e sommariamente appesa alla parete. Dalle finestre lo sguardo abbraccia tutta la città, il mare, i colli.

- In pochi anni un corto, un documentario e «Pesi leggeri».
«Se c'è una forza, una qualità, che riconosco al film è che è molto omogeneo, gli attori sono calibrati; è frutto della mia ossessione per i particolari: l'attenzione per il mondo della boxe è quasi documentaria. Non c'è differenza tra documentario e film, hanno pari dignità nel mio linguaggio».

- Quali situazioni non avrebbe immaginato?
«Non pensavo che il regista dovesse essere tanto solo. A un certo punto non hai più notizie da nessuno, sei l'unica persona a cui realmente importa del film. Quando giri la troupe ti protegge, è una famiglia, si creano rapporti di amicizia, il direttore della fotografia è il tuo occhio. Dopo il montaggio, quando il film è completo, sei solo. Poi, finalmente, arrivano i festival...».

- Com'è andato «Pesi leggeri» oltremare?
«E' stato a Montpellier e poi a Viareggio Europa Cinema ed è andata bene. A Montpellier era l'unico film italiano in concorso: per quanto piccolo, evidentemente, ha qualcosa che suscita delle emozioni. A Viareggio è stato scelto da Simon Terry, il produttore di Ken Loach, che mi ha detto cose bellissime. Trovava il film coraggioso».

- Un pensiero sul momento magico della cinematografia sarda...
«E' un processo che non coinvolge solo il cinema ma anche la narrativa, penso alle edizioni Il Maestrale. D'altra parte se non se non c'è qualcuno che dà risposte, cosa fai? Purtroppo esiste un pregiudizio nei confronti dei sardi, l'aggettivo è ingombrante. Ma pensiamo al grande lavoro della Cineteca Sarda, ai cinema, ai critici di livello. Non si nasce all'improvviso: la sede Rai per anni ha prodotto audiovisivi e Columbu viene da lì; idem per il mio training alla radio. E il teatro: i soldi che la Regione spende nel teatro hanno prodotto attori molto interessanti».

- Qualcuno solleva perplessità sugli attori sardi, non conoscono la dizione, sono attori di teatro e non attori di cinema...
«Chi dice queste cose non sa di cosa parla. Il teatro, il cinema l'arte, sono cose difficili. E' una questione di ritmo, di poesia che una voce, un corpo, un volto esprime».

- Sarebbe utile una scuola di attori?
«Ce ne sono. Servono? Non mi pare. La verità è che gli attori esistono a prescindere dalla scuola. E' giusto che si organizzino laboratori, però mi chiedo dove sono i maestri. Piero Marcialis e Giampaolo Loddo (nel film) sono attori marginali, vengono dal teatro dialettale, eppure se tu gli dai una dignità, gli dai forza, rigore, diventano eccezionali. I primi a non credere nelle nostre possibilità siamo noi. E' ora di tirare fuori l'orgoglio: abbiamo scrittori, abbiamo registi, abbiamo musicisti, quello che non abbiamo sono grandi manager del teatro e del cinema. Le grandi aziende teatrali come l'Ente Lirico, la Cedac ignorano completamente le realtà locali, perché sono convinti che non ci sia niente».

- Senza opportunità chi ha talento impoverisce.
«Semplicemente muore. Io ho sentito che "La volpe e l'ape" era come attaccarsi all'ultimo tram che passava nella notte. Senti che l'età aumenta e prendi un tram dove viaggi da solo... ed è un po' triste pensare che invece ci dovrebbe essere una grande solidarietà».

- A proposito del documento firmato dai registi "la parola cinema esiste". Cosa dovrebbe fare la Regione posto che i costi di produzione sono così elevati?
«Nessuno pretende che la Regione paghi i film. Però dia un sostegno, prima cosa una film commission. Il progetto esiste già! La film commission aiuta i film ad esistere in un luogo che poi, dal cinema, acquista grande vantaggio, vedi Cagliari in "Pesi leggeri"».

- Un film girato a Cagliari: nel cinema "ci si riconosce", quindi i film i documentari, le storie dove c'è vita servono a costruire un immaginario collettivo...
«Pensiamo a Napoli...».

- Ma a Napoli esiste una tradizione secolare...
«Le tradizioni hanno un inizio. Cagliari per sua natura ha un animo borghese che, purtroppo, non ha prodotto artisti, solo ingegneri e avvocati. Oggi esiste una generazione di giovani scrittori, cito per tutti Giorgio Todde: ha scritto "Lo stato delle anime" che Il Maestrale ha pubblicato; c'è il romanzo di Aldo Tanchis. Certo l'anno zero resta tale finché gli intellettuali sono sempre gli stessi: si continua a parlare solo di Michelangelo Pira...».

- Una qualità evidente è l'umanità dei personaggi.
«Rivela l'aspetto più interessante di questa città. Si parlava prima dell'anima borghese, ma l'anima che mi affascina di più è quella popolare. L'ho imparato a scuola, per aver frequentato ragazzi che vengono quasi tutti da situazioni di svantaggio forti. Certo non sono attratto dai salotti».

La presente intervista è stata tratta dal seguente sito:
http://www.lanuovasardegna.kataweb.it

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