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«Raccontare la verità con poesia». Parole di Enrico Pau,
45 anni, una bella moglie americana, July Laub, una figlia di 2
anni, Claudia, e un film che oggi compirà il suo primo giorno
di vita. Professore d'italiano, Pau non è un esordiente. Ha
fatto gavetta con alcuni corti e ora fa il salto nel grande
schermo.
Perché Cagliari e perché il pugilato?
Sono cagliaritano e amo veramente la mia città. Non si tratta di
un amore legato al ricordo, al passato, la amo per come è oggi.
E’ una città particolarmente vitale e ricca di contesti sociali
diversi. Cagliari ha due anime, una borghese e una popolare.
Sono attratto dalla realtà della periferia per i suoi contrasti,
la sua forza e la sua semplicità. La boxe è un prodotto di
quest’anima della città. La rappresenta, ecco perché ho scelto
di parlare di questo mondo. Cagliari, comunque, resta nello
sfondo. C’è via Roma, il quartiere di Sant’Elia, il Cep,
Tuvixeddu, ma sebbene la città sia perfetta dal punto di
vista scenografico, non ho voluto fare un film-cartolina. Ho
voluto raccontare storie di vita, non immagini.
Quello della boxe è un mondo che le appartiene?
Non proprio. Insegno italiano all’istituto professionale Meucci.
Dai miei allievi ho imparato ad amare le loro storie fatte di
problemi, vicine all’ambito sociale di cui parlavo. Cercavo
un contesto che rappresentasse i conflitti e le storie della
periferia. Mi sono chiesto quale fosse la realtà più viva
del mondo che volevo rappresentare e ho scelto la boxe. Ho usato
il pugilato anziché la scuola perché cercavo qualcosa di più
epico. A questo mondo mi ci ero avvicinato già prima del film,
girando un documentario su sette grandi campioni nati in periferia
e diventati idoli. Ma sin da piccolo avevo sentito parlare dei
grandi pugili. Passeggiando per via Roma con mio padre era
facile incontrarli. Tutti li conoscevano e li ammiravano.
All’inizio degli anni Settanta non era così comune girare il
mondo come facevano loro e questo gli conferiva un fascino esotico
non da poco.
Quali valori può insegnare un racconto sul pugilato a una
società di internet e telefonini?
Nel mio film non c’è neanche un telefonino. Racconto di gente
dalla vita semplice. Per dirla con Pasolini, c’è più
innocenza. La boxe può ancora insegnare qualcosa. Soprattutto
la calma e la pazienza, così utili per affrontare il ring e
la vita. Ho scoperto che la didattica di questi vecchi atleti non
ha niente di moralista. Il loro insegnamento non propone regole di
vita, ma aiuta i giovani atleti a riflettere sulla vittoria e
sulla sconfitta. E nessuno sport sconfigge o fa vincere più
della boxe.
“Pesi leggeri” racconta anche di un incontro di
generazioni. In che modo il ring rappresenti la vita?
Volevo parlare della vita in modo concreto e vero, in tutte le sue
sfaccettature. Il titolo è indicativo. E’ un’ossimoro,
accosta due concetti opposti e non è legato solo alla box. I
“pesi” sono le difficoltà, il dolore, le realtà che ci
soffocano. Ma i pesi sono anche “leggeri” nello stesso
tempo perché accanto ai problemi ci sono anche i sogni. Le
due cose assieme, sebbene opposte, esattamente come nella vita
dove non c’è solo nero o bianco.
Qual è il personaggio che ha amato di più?
Li ho amati tutti. E’ un film corale dove tutte le storie sono
legate. Nessuno è privilegiato in modo particolare. Esattamente
come nella vita, le storie si intrecciano e ogni personaggio
esiste anche per come si relaziona con gli altri.
Qual è la sua formazione? Come si è avvicinato al cinema?
Vengo dal teatro. Lì ho ricoperto molti ruoli, mi sono
occupato del montaggio, della recitazione, della regia e di altro
ancora. Il cinema è stato uno sbocco naturale.
Il cinema sardo sta vivendo un momento d’oro: con lei sono
quattro esordi nel lungometraggio (Giovanni Columbu, Salvatore
Mereu, Piero Sanna). Come mai? Avrà un seguito?
Cagliari è una città molto viva dal punto di vista della cultura
cinematografica. C’è un enorme lavoro sotterraneo fatto di
incontri, letture, rassegne, proiezioni di film d’autore.
Sapevo che prima o poi questo lavoro avrebbe prodotto qualcosa e
credo che sia solo l’inizio. Per poter emergere anche fuori
dalla Sardegna, però, non serve un solo grande regista. Ne
servono molti. Il mio augurio per il cinema sardo è che nascano
nuovi registi di qualità. Mi auguro anche che sparisca
l’aggettivo “sardo”. Sogno una produzione fatta in
Sardegna che si allontani, però, dal racconto del mondo
agro-pastorale. Ed è quello che ho cercato di fare.
Il prossimo film.
Non so se lo farò. Dipende anche dal clima politico. Adesso c’è
una legge che agevola le nuove produzioni. Domani, chissà.
Cristina Muntoni
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