La rassegna stampa

La rassegna stampa

SPETTACOLI (21:17)
Il regista Enrico Pau
racconta
il film "Pesi Leggeri"

giovedì 7 marzo 2002

Enrico Pau «Raccontare la verità con poesia». Parole di Enrico Pau, 45 anni, una bella moglie americana, July Laub, una figlia di 2 anni, Claudia, e un film che oggi compirà il suo primo giorno di vita. Professore d'italiano, Pau non è un esordiente. Ha fatto gavetta con alcuni corti e ora fa il salto nel grande schermo.


Perché Cagliari e perché il pugilato?
Sono cagliaritano e amo veramente la mia città. Non si tratta di un amore legato al ricordo, al passato, la amo per come è oggi. E’ una città particolarmente vitale e ricca di contesti sociali diversi. Cagliari ha due anime, una borghese e una popolare. Sono attratto dalla realtà della periferia per i suoi contrasti, la sua forza e la sua semplicità. La boxe è un prodotto di quest’anima della città. La rappresenta, ecco perché ho scelto di parlare di questo mondo. Cagliari, comunque, resta nello sfondo. C’è via Roma, il quartiere di Sant’Elia, il Cep, Tuvixeddu, ma sebbene la città sia perfetta dal punto di vista scenografico, non ho voluto fare un film-cartolina. Ho voluto raccontare storie di vita, non immagini.

Quello della boxe è un mondo che le appartiene?
Non proprio. Insegno italiano all’istituto professionale Meucci. Dai miei allievi ho imparato ad amare le loro storie fatte di problemi, vicine all’ambito sociale di cui parlavo. Cercavo un contesto che rappresentasse i conflitti e le storie della periferia. Mi sono chiesto quale fosse la realtà più viva del mondo che volevo rappresentare e ho scelto la boxe. Ho usato il pugilato anziché la scuola perché cercavo qualcosa di più epico. A questo mondo mi ci ero avvicinato già prima del film, girando un documentario su sette grandi campioni nati in periferia e diventati idoli. Ma sin da piccolo avevo sentito parlare dei grandi pugili. Passeggiando per via Roma con mio padre era facile incontrarli. Tutti li conoscevano e li ammiravano. All’inizio degli anni Settanta non era così comune girare il mondo come facevano loro e questo gli conferiva un fascino esotico non da poco.

Quali valori può insegnare un racconto sul pugilato a una società di internet e telefonini?
Nel mio film non c’è neanche un telefonino. Racconto di gente dalla vita semplice. Per dirla con Pasolini, c’è più innocenza. La boxe può ancora insegnare qualcosa. Soprattutto la calma e la pazienza, così utili per affrontare il ring e la vita. Ho scoperto che la didattica di questi vecchi atleti non ha niente di moralista. Il loro insegnamento non propone regole di vita, ma aiuta i giovani atleti a riflettere sulla vittoria e sulla sconfitta. E nessuno sport sconfigge o fa vincere più della boxe.

“Pesi leggeri” racconta anche di un incontro di generazioni. In che modo il ring rappresenti la vita?
Volevo parlare della vita in modo concreto e vero, in tutte le sue sfaccettature. Il titolo è indicativo. E’ un’ossimoro, accosta due concetti opposti e non è legato solo alla box. I “pesi” sono le difficoltà, il dolore, le realtà che ci soffocano. Ma i pesi sono anche “leggeri” nello stesso tempo perché accanto ai problemi ci sono anche i sogni. Le due cose assieme, sebbene opposte, esattamente come nella vita dove non c’è solo nero o bianco.

Qual è il personaggio che ha amato di più?
Li ho amati tutti. E’ un film corale dove tutte le storie sono legate. Nessuno è privilegiato in modo particolare. Esattamente come nella vita, le storie si intrecciano e ogni personaggio esiste anche per come si relaziona con gli altri.

Qual è la sua formazione? Come si è avvicinato al cinema?
Vengo dal teatro. Lì ho ricoperto molti ruoli, mi sono occupato del montaggio, della recitazione, della regia e di altro ancora. Il cinema è stato uno sbocco naturale.

Il cinema sardo sta vivendo un momento d’oro: con lei sono quattro esordi nel lungometraggio (Giovanni Columbu, Salvatore Mereu, Piero Sanna). Come mai? Avrà un seguito?
Cagliari è una città molto viva dal punto di vista della cultura cinematografica. C’è un enorme lavoro sotterraneo fatto di incontri, letture, rassegne, proiezioni di film d’autore. Sapevo che prima o poi questo lavoro avrebbe prodotto qualcosa e credo che sia solo l’inizio. Per poter emergere anche fuori dalla Sardegna, però, non serve un solo grande regista. Ne servono molti. Il mio augurio per il cinema sardo è che nascano nuovi registi di qualità. Mi auguro anche che sparisca l’aggettivo “sardo”. Sogno una produzione fatta in Sardegna che si allontani, però, dal racconto del mondo agro-pastorale. Ed è quello che ho cercato di fare.

Il prossimo film.
Non so se lo farò. Dipende anche dal clima politico. Adesso c’è una legge che agevola le nuove produzioni. Domani, chissà.

Cristina Muntoni

La presente intervista è stata tratta dal seguente sito:
http://ww.unionesarda.it/
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