La rassegna stampa

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Venerdì nelle sale un film che racconta il sottobosco della boxe: ne parla il regista

Prender la vita a pugni, per crescere

“Pesi leggeri” di Enrico Pau, storie di pugili a Cagliari

Fare cinema è anche, anzi soprattutto, fare a pugni. Con i propri desideri e sogni, con gli inghippi del destino e della produzione e ceno altri accidenti. E, naturalmente, con se stessi. Per cui esordire nel lungometraggio con un film sul pugilato, significa avere la metafora pronto uso: andare al tappeto o vincere, per kappaò oppure ai punti. Ma significa avere pure un rigore morale che è nel Dna della boxe: soffrire e pazientare, prendere colpi e saperli restituire. Quello che ha dovuto imparare Enrico Pau, cagliaritano, 45 anni, da venerdì nelle sale (a Cagliari lo proietta lo Spazio Odissea) con Pesi leggeri. Un film ricamato su atmosfere di malinconia, esistenze precarie che combattono sul ring della vita, prima che su quello del pugilato. Un piccolo miracolo di tenacia, la prova che certe volte il cinema non è un miraggio, servono buone idee, umiltà e - ovviamente - un po’ di fortuna. Un film ambientato a Cagliari, una città che per la prima volta trova sullo schermo dignità e bellezza, sfondo urbano per una storia che potrebbe accadere in qualsiasi angolo del mondo. Ma è importante che sia stata girata qui, rivalutando un patrimonio geografico e umano - perché molti attori sono sardi, così come l’accento marcatamente casteddaio - aggiungendo alla pellicola una spontanea verità.

Enrico Pau è faccia conosciuta, a Cagliari. Insegna lettere, ha fatto molto teatro, come attore, regista e critico; però il morbo del cinema è stato più forte, ha lavorato dentro di lui con progressiva cocciutaggine. Fino a sfociare in un mediometraggio, La volpe e l’Ape, quadretto intimista d’uno stornellatore cagliaritano, che ha avuto buone accoglienze e premi e in un documentario, Storie di pugili, ritratti della generazione d’oro della boxe sarda. Un lavoro che è diventato palestra per lanciarsi nella stesura di una sceneggiatura, una miniera dove pescare sensazioni, aneddoti, racconti da trasfigurare in un film di finzione diventato, appunto, Pesi leggeri.

Pau non lo dice, ma sente l’emozione rombargli lungo il corpo. Assieme ad una gran fatica: perché quando hai finito di girare e montare, il film ha ancora bisogno di te, lo devi prendere per mano per farlo arrivare al pubblico, il momento più delicato, il momento della verità.

Come vorrebbe che lo vedesse la gente?

«Parliamo dei cagliaritani: mi piacerebbe che vedessero la loro città raccontata in modo diverso. Spero che scatti l’orgoglio di riappropriarsene».

Come è nato il film?

«Proprio dal desiderio di continuare, dopo La volpe e l’Ape, a raccontare Cagliari, una città che eccetto Sergio Atzeni, ha avuto pochi cantori. Meritava di più, insomma. Ho avuto fin da ragazzino questa urgenza, un’ansia che covava dentro e dovevo in qualche modo liberare. Cagliari è una città dagli orizzonti molto cinematografici, ha una luce particolare. Uno spazio sinuoso, fatto di salite e discese, di periferie e stradine strette. Ha un’anima popolare che mi affascina, mi ricorda i quartieri di Napoli, città che amo molto».

Uno stornellatore di strada, i pugili, adesso due giovani dilettanti e il sottobosco della boxe: il legame è una città e la sua gente di borgata.

«Sì, mi interessa entrare, capire e sentire quello che succede nei quartieri popolari. Per questo è importante il mio lavoro - insegno lettere all’istituto professionale Meucci - la scuola mi ha dato la possibilità di avere uno sguardo diretto, privilegiato sulla realtà. Molti miei studenti vengono da situazioni disagiate, da loro ho avuto spunti e insegnamenti».

“Pesi leggeri” è un film sulla boxe?

«È la storia di due ragazzi e del loro desiderio di uscire da un ambiente sociale difficile. In filigrana è come una favola dei fratelli Grimm: si vive in un posto e si vuole andare in un altro, si fanno delle esperienze, si conoscono la sofferenza e la paura, i tormenti esistenziali. In due parole: un racconto di formazione. E scoprire che anche nella sconfitta si può trovare una parte di se stessi».

Dalla sceneggiatura al set: quanto è cambiato il film?

«Al montaggio ho iniziato a riconoscere il film, lì mi sono chiarito le idee, lì la storia ha ripreso la tensione originale. L’ideale per me sarebbe girare molto per avere poi al montaggio tante possibilità di scelta. Sul set ci siamo comunque concessi qualche libertà: la scena dei pugili che si mettono a ballare è stata inventata sul momento».

Capitolo attori. Accanto a Claudio Morganti e Anna Scaglione, gli altri sono esordienti o quasi.

«La bella scoperta è stata quella di sapere che in Sardegna esiste un patrimonio di facce e caratteri. C’è gente che ha avuto esperienze d’attore, magari marginali, ma ha maturato capacità da essere sfruttate. Mettere insieme i professionisti con i “dilettanti” è stata alla fine una cosa molto naturale».

E i due protagonisti?

«Conoscevo Davide Delogu, aveva avuto esperienze di laboratori teatrali, anche nel carcere minorile, dove peraltro era stato “ospite”. Alle spalle ha avuto una vita difficile, vicina a quella narrata nel film ma è un ragazzo sensibile, intelligente. L’essere attore mi ha facilitato il compito: Davide era capace di controllare il corpo, creare una distanza che nel cinema è fondamentale. Anche con Carmine Recano mi sono trovato bene. Lui pure aveva già frequentato i set, è napoletano e questo aumentava narrativamente l’antagonismo fra i personaggi. Abbiamo provato molto, è vero, per evitare sbavature. Soprattutto ho voluto che i protagonisti acquisissero i fondamentali della boxe per ritrovare sullo schermo un equilibrio fra quello che fanno e quello che sono. La verosimiglianza è stata una mia ossessione durante le riprese».

Questa ossessione è figlia di una passione per il pugilato?

«Per niente. Del pugilato ho ricordi infantili. Quando mio padre mi presentava i grandi campioni sardi e io, in quei volti segnati da rughe e ammaccature, leggevo il racconto di storie emozionanti: viaggi esotici, match sfiancanti, titoloni sui giornali. Oggi tutto è cambiato: la boxe, l’ambiente, la Sardegna. Ma non sono cambiati gli insegnamenti morali dei vecchi maestri, semmai il rapporto con le nuove generazioni. E di questo parla Pesi leggeri».

Il centro del film?

«La palestra. Tutto ruota intorno a questo microcosmo. Come modello abbiamo preso la vecchia palestra di via Barone Rossi, che non esiste più. Le nuove non mi piacevano e con la scenografa ne abbiamo ricostruita una in via Biasi, dove c’è una falegnameria. È diventata così credibile che un giorno un amico venuto sul set ha preso per buona la bugia che la palestra lì ci fosse sempre stata».

Qual è stata la suggestione più forte nella costruzione del film?

«Inizio sempre dagli spazi, dalla cornice: da lì nasce la storia, quindi i personaggi e poi il plot. Cagliari ha una misteriosa bellezza. Da anni pensavo allo squarcio visivo che si apre sull’asse mediano. I palazzoni del Cep, quasi un monumento alla periferia, case fuori misura dietro cui si apre la linea dell’orizzonte. Sant’Elia, lo sguardo verso il mare, Monte Urpinu, il centro storico della Marina, tutti spazi funzionali al racconto. Penso alla landa desolata delle vecchie saline di Macchiareddu: proprio lì, abbiamo trovato la casa di Giuseppe, non c’era bisogno di ricostruirla sul set. Il problema semmai è capire come raccontare una città senza cadere negli stereotipi. Che per i sardi sono sempre in agguato».

È stato complicato trovare finanziatori?

«Come dire: un altro film. Ma è una forca caudina nella quale passano tutti gli esordienti. Mi piace però sottolineare che la sceneggiatura venne mandata, senza farsi alcuna illusione, per concorrere all’articolo 8 del fondo ministeriale. Fu riconosciuta meritevole con un finanziamento di 1 miliardo e 400 milioni».

Soddisfatto del risultato?

«Sono felice del film che ho fatto, come prima esperienza non mi posso lamentare, mi è soprattutto venuto spontaneo il rapporto con la troupe, e nel cinema - che è un prodotto collettivo - è un segno importante. E sono anche contanto di aver portato una troupe a Cagliari, in una città che ha sempre coltivato la passione del cinema. Per dire: le cose non nascono per caso, questo fermento odierno che registra altri esordi di autori sardi è figlio di un impegno che non va disatteso».

Sergio Naitza

il presente articolo è stato tratto da:
http://www.unionesarda.it/

Sinossi
Note del regista
 
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